Mondo Cinema

Andrea Camilleri e Luciano De Crescenzo, due autori che hanno raccontato col pensiero libero la linea culturale e umana del Meridione

Per il libero pensiero e il substrato culturale di questo Paese è stata una settimana difficile quella che si è appena conclusa. Due “filosofi”, artisti a tutto tondo, ma soprattutto due uomini di intelletto ci hanno salutato a distanza di un giorno, lasciando il Meridione un po’ più orfano. Andrea Camilleri e Luciano De Crescenzo, due figli illustri del Sud, in maniera diversa, ma allo stesso tempo contingente, hanno raccontato uno scorcio del nostro Paese che li ha resi protagonisti indiscussi per decenni, ma anche amati e rispettati, soprattutto da quel meridione in cui erano nati, avevano vissuto e amato al punto da farne il perno della loro poetica.

Non è tanto la loro età anagrafica, né la data della loro morte ad accomunarli, quanto invece la loro maniera di analizzare e diffondere quella “filosofia di vita” tipica del Sud, con le sue contraddizioni, le sue mancanze, ma anche il suo enorme cuore e quel senso inguaribile di ottimismo che si radica fin dalla nascita. Due autori che hanno venduto milioni di copie dei loro libri, ma che tanto hanno regalato pure al mondo cinematografico e televisivo.

Il papà del Commissario Montalbano
Andrea Camilleri, scrittore, sceneggiatore, regista, e drammaturgo, insegnante di regia all’Accademia nazionale d’arte drammatica, è nato a Porto Empedocle (in provincia di Agrigento) ma, sebbene abbia lasciato la Sicilia da molti anni, non ha mai abbandonato il suo amato Sud. Non a caso, la peculiare linguistica delle sue opere è creata dall’uso particolare della lingua italiana con il linguaggio siciliano. Uso il termine “linguistica” non a caso, poiché non è una semplice mescolanza di termini italiani e dialettali, quanto piuttosto una scrittura nuova in cui il suono e il significato hanno la stessa importanza e il cui scopo è quello di rendere quasi una lingua nuova e dinamica, sorretta dall’intreccio tra presente e tradizione. Camilleri ha fatto moltissime cose nel mondo dell’arte, elencarle sarebbe lungo e superfluo, ma il successo tra il grande pubblico è sicuramente stato consacrato con il personaggio più amato dei i suoi romanzi, il commissario Montalbano, che nell’immaginario collettivo ha assunto le sembianze di un grande attore di teatro e cinema, Luca Zingaretti, grazie alla serie tv in onda su RaiUno dal 1999. Col suo carattere un po’ burbero, l’ironia tagliente e il suo impegno contro il crimine a tutto tondo nell’immaginaria cittadina siciliana di Vigata, Salvo Montalbano è eroe e antieroe allo stesso tempo. Eroe perché combatte il male (mafia compresa) e ne esce vittorioso, antieroe perché è un uomo semplice, che rifugge dal clamore, un puro di cuore con la scorza dura. Tuttavia, la sicilianità dell’universo narrativo di Camilleri non consta solo del suo personaggio più amato, né dai suoi antagonisti che pure danno molti spunti, quanto nei suoi comprimari, talvolta maschilisti (come la tradizione siciliana esige) ed espressione di peculiarità meridionali anche e più di Montalbano stesso, con i loro difetti, il loro essere politicamente scorretti, in una parola la loro “umanità”. Ed è proprio questa umanità meridionale che ha creato il caso letterario prima, e quello televisivo dopo, cavalcando da 20 anni un affetto che supera il vincolo geografico e si incastona nel cuore del pubblico, diventando persino straordinario strumento di propaganda per le bellezze della Sicilia.

Il Prof. Bellavista

Luciano De Crescenzo, Italian writerportrait, Milan, Italy, 15th April 1977. (Photo by Leonardo Cendamo/Getty Images)

Luciano De Crescenzo, napoletano di nascita, era divulgatore, scrittore, regista, attore e conduttore televisivo, letteralmente rubato alla professione di ingegnere dopo 20 anni nella IBM, per dedicarsi al cinema e alla filosofia che tanto sapeva spiegare con parole semplici, rendendola comprensibile a chiunque. Ed è proprio la filosofia del vivere partenopeo quella che il “professore” – com’era solito essere chiamato per via di uno dei suoi romanzi (e film) più amati, “Così parlò Bellavista”, sua opera prima – ha raccontato attraverso i suoi lavori, in maniera ironica, pungente, curiosa, malinconica, ma sempre con un occhio affettuoso, come un padre verso un figlio, anzi, una figlia di nome Napoli. Il cinema è sempre stato un suo grande amore verso il quale non ha mai lesinato attenzioni. Da Il pap’occhio del 1980, diretto da quello che sarebbe diventato un amico fraterno, Renzo Arbore, con cui girò ancora “FF.SS.” – Cioè: “…che mi hai portato a fare sopra a Posillipo se non mi vuoi più bene?” fino a Lina Wertmüller in Sabato, domenica e lunedì e ancora come regista e interprete in Croce e delizia e Il mistero di Bellavista.
Ciò che ha reso De Crescenzo così amato, anche fuori da Napoli e dalla Campania, è stato proprio quel suo modo benevolo di guardare la napoletanità, lui che è nato nello storico rione di Santa Lucia, nel cuore pulsante della città, fatta di vicoli, panni stesi al sole, urla, confusione, vasci, mercatini, ma anche palazzi nobiliari, architetture storiche, profumi e sapori inconfondibili e il mare, soprattutto il mare.
De Crescenzo racconta con acuta intelligenza il napoletano, che lui chiamava “un uomo d’amore” con tutte le sue piccole quotidianità fatte di lentezza, scaramanzie, numeri del Lotto, saggezze popolari, convinzioni radicate, amore per la buona tavola; lo fa con gentilezza persino quando, in “Così parlò Bellavista”, elegantemente pone a un camorrista il quesito se valga la pena vivere in quel modo ipocrita in cui altri napoletani ammazzano Napoli. Poche parole, semplici, disarmanti che fanno riflettere il personaggio, ma soprattutto lo spettatore, perché è a lui che De Crescenzo si rivolge, nel tentativo di svelare la parte più buona e sanguigna dell’anima partenopea.
Il filosofo, che ha vissuto a Napoli per anni prima di trasferirsi a Roma, amava giocare con gli stereotipi e i luoghi comuni di contrapposizione tra nord e sud in un periodo, quello degli anni ’70 e ’80, in cui il divario sembrava quasi insormontabile, ma lo faceva sempre con un’ironia irresistibile. Memorabile la citazione “a Napoli il semaforo rosso non è un divieto, ma solo un consiglio.” La sua letteratura, anche filmica e televisiva, è fatta tutta di aforismi come questo in cui racconta persino le cattive abitudini di un certo meridione in maniera quasi paternalistica. Attraverso le sue parole e i suoi scorci di vita vissuta, De Crescenzo ha raccontato quell’umanità napoletana che strizza l’occhio all’arte del sapersi arrangiare sempre e comunque, così profondamente legata al territorio da non volerlo lasciare nemmeno quando “il lavoro non si trova, però abbiamo il mare”; perché la napoletanità è un’attitudine che si nutre essenzialmente di amore. Con poesia, saltando tra corni collaudati, caffè sospesi, prezzi “quasi” fissi e l’inaspettata solidarietà tipica del meridionale, De Crescenzo mette in scena quella teatralità innata che ha sfornato nomi storici della settima arte.
Nel confronto tra nord e sud, che per il “professore” vuole essere soprattutto conoscenza dell’altro, nella sfera più squisitamente metafisica sarà sempre il meridione a farla da padrone, ma con una valenza molto più ampia perché, non a caso, come disse Bellavista, “si è sempre meridionali di qualcuno”. In questa nuova prospettiva, resta vero il fatto che “la doccia è milanese perché consuma meno acqua e fa perdere meno tempo, mentre la vasca è napoletana perché è un appuntamento con i pensieri e con la fantasia”, ma in quel mondo meravigliosamente imperfetto di De Crescenzo, l’umanità ne uscirà sempre vincente.
In questo periodo socio-politico in cui qualcuno insiste sulle autonomie regionali per accentuare un divario sistemico e di welfare, appare quanto mai evidente che Camilleri e De Crescenzo propugnassero invece un’unità di pensiero, arricchito proprio dalla diversità di ognuno e che travalica il confine geografico; confine, si badi bene, inteso come semplice coordinata spaziale e non come un limite invalicabile.
Due autori, due meridionali, due geni che hanno arricchito questo Paese con un modo diverso di pensare, liberando la creatività al servizio filologico di quel senso di appartenenza a una terra, quella del Sud, che necessita ancora oggi di essere rivalutata per il suo grande patrimonio culturale, ma soprattutto umano. Per fortuna, ci resta la loro ampia eredità e la speranza che almeno qualcuno dei tanti semini che hanno disseminato negli anni possa germogliare.

Gisella Calabrese