Mondo Cinema

Adriano Asti, filmmaker e figura di spicco della Fedic

Adriano Asti, un amico, un Presidente FEDIC indimenticabile, un Direttore della Mostra Internazionale di Montecatini Terme impareggiabile. Questo, il mio sentimento nei confronti dell’Ammiraglio, cosi come amichevolmente lo chiamavamo per via di quel suo ruolo prestigioso in Marina. Presidente FEDIC, Adriano Asti, dal 1974, dopo che nell’anno precedente aveva affiancato Gianni De Tomasi. Ed ha continuato a farlo fino al 1981, prendendo poi la Direzione del Festival di Montecatini Terme( per la precisione era denominato Mostra Internazionale di Cinema) dal 1987 al 1989, quando poi disgraziatamente scomparve. In quegli anni mi aveva affidato l’incarico di responsabile dell’Ufficio Stampa e con lui si lavorava seriamente e concretamente. Ma anche piacevolmente come avvenne in particolare in alcuni momenti: ad esempio, quello, era il1989, in cui festeggiammo ,anche convivialmente, Florestano Vancini che avevo indicato a chiamarlo in Giuria( fu nominato Presidente) e fu anno importante perché con lui c’era anche il maestro giapponese Nagisa Oshima: lo festeggiammo perché ricorreva il quarantesimo del suo esordio nel cinema con il documentario “Amanti senza fortuna” realizzato insieme ad Adolfo Baruffi. Accanto ad Adriano l’inseparabile moglie Delia che alla sua scomparsa prese il timone del Festival portandolo avanti insieme alla figlia Laura ed a Carla Negri, mancata l’anno scorso all’età di 99 anni.

Della sua appartenenza alla FEDIC , Adriano Asti ricorda(in “Cineclub” nuova serie n.2/Luglio 1989- Speciale Montecatini, da me curato che ero anche il Direttore responsabile della Rivista edita dalla FEDIC) – dopo aver affermato che il mondo cammina e crea nuove religioni, nuove morali, nuove forme comportamentali, nuovi modi di vivere e di convivere- che” noi della Fedic siamo andati avanti seguendo i ‘nostri’ modi.E’ stata un’adesione volontaria, senza falsi scopi o secondi fini, basata sul solo amore per il Cinema, con un unico fortissimo punto di colleganza: l’amicizia”. E ricorda, a questo proposito, un episodio cui gli è capitato di assistere durante un Festival di Montecatini.” Tra noi iscritti, dichiarava, è sempre valsa l’abitudine di darci del ‘tu’, il giovane di vent’anni dava del ‘tu’ al giovane amico di settant’anni(non il tu di falsa convenienza degli studi televisivi.). Lui, autore di un documentario, dirigente di una delle più importanti ditte di esportazione italiana, età circa sessanta portati molto bene. L’altro, autore di un film di fiction, ventunenne, di mestiere fattorino. Prendono a discutere animatamente delle loro opere. Le idee divergono notevolmente, le semantiche, gli assunti, le teoriche…La discussione finisce, secondo copione, con un:’Ma vai a fare in… tu e tutte le tue teorie…”,naturalmente reciproco… Fin qui, tutto normale. Il giovane fattorino non sapeva però che l’amico sessantenne con cui aveva litigato e che aveva mandato a quel paese era il presidente della ditta presso cui lavorava. Ci ritrovammo al bar Italia a prendere l’aperitivo e feci le presentazioni. Grandissime risate, abbracci. I due, pur continuando a litigare sul modo di fare cinema, sono diventati grandi amici”. Un clima indimenticabile.

Io avevo iniziato ad apprezzare Adriano Asti come autore. L’avevo conosciuto nel 1964 quando andai a quel Festival perché insieme ad alcuni amici(Fabio Medini,

Antonio Bonetti e Tito Ferretti) abbiamo partecipato con il documentario “Uomini del Delta”. E lì vidi “Contrappunto”, presentato in quell’anno. E’ un autore da conoscere. Alcune sue opere sono depositate nella Cineteca FEDIC presso l’Archivio Nazionale Cinema d’Impresa-Centro Sperimentale di Cinematografia di Ivrea e fanno parte di una Compilation( è la numero 7) che potrà essere richiesta dai Cineclub, ma anche dagli operatori culturali a GiorgioSabbatini(giorgio.sabbatini@fastwebnet.it): nella stessa Compilation si trova “ La porta aperta sulla strada”(1957) di Nino Giansiracusa( oggi centenario), altra figura storica della FEDIC, che è ispirato al romanzo di Gilbert Cesbron “I santi non vanno all’inferno”.

Si tratta di “Stetoscopio”(1961) realizzato insieme a Carlo Giovannoni, “Fuori i secondi”(1962) e “Epigrafe”(1963) realizzati nell’ambito del Cineclub La Spezia. Per il critico Vincenzo M. Siniscalchi(“L’altro Cinema”n.91/Agosto 1961) “Il film è tra i più significativi di quelli apparsi nel Concorso di quest’anno. ‘Stetoscopio’ è una ‘meditazione filmata’ sul destino dell’uomo, sulla singolarità della sua sorte, soprattutto in guerra dove viene ‘legalizzata’, quell’assassinio per il quale la legge in tempo di pace punisce l’individuo. Il ragionamento, la protesta degli autori sono tradotti in immagini sobrie che si avvalgono sovente della efficacia del ‘montaggio analogico” e la sorte dell’uomo è racchiusa tra i due momenti fondamentali dell’uso dello ‘stetoscopio’: la nascita e la morte”. Giudizio positivo anche per Giulio Cattivelli che scrive(“Il Cineamatore”,n.7-8/luglio-agosto 1961): ”E’ forse l’opera ‘nuova’ della rassegna, diciamo anche la più interessante; non però la meglio riuscita. Lo stetoscopio del titolo che ascolta il travaglio della puerpera e registra il decesso del giustiziato simboleggia l’alfa e l’omega dell’umana esistenza, i punti estremi in mezzo ai quali prorompe un polemico interrogativo: perché si vive? I realizzatori hanno voluto presentarci due casi-limite: due soldati condannati a morte, l’uno per aver ucciso(un superiore), l’altro per non aver voluto uccidere: e far scaturire da essi un grido di protesta contro la società. Si tratta di un tema gigantesco, di sgomentante profondità, che però, nell’esemplificazione forzatamente sommaria e un po’ nebulosa del film, si traduce in una denuncia generica, ispirata a un vago umanitarismo anarcoide”. Il critico poi analizza più completamente il film nei suoi vari aspetti concludendo: ”Questi rilievi non infirmano l’importanza dell’opera e la stima che meritano i suoi autori, i quali hanno scelto la strada più ardua e coraggiosa: sarebbe un peccato se l’abbandonassero”. Ed infatti, Adriano Asti non l’ha poi abbandonata. L’anno successivo si presenta all’appuntamento di Montecatini con “Fuori i secondi” che, sempre per Giulio Cattivelli(“Il Cineamatore”n.7/luglio 1962) è “un apologo amaro su certi effimeri miti del nostro tempo che sottintende un discorso molto ampio(il contrappunto finale della “miss”, altro idolo di cartapesta in ascesa, è una trovata eccellente) e perviene a un chiaro giudizio morale. Anche questo film, aggiunge il critico piacentino, rientra nell’attuale tematica dell’alienazione: l’attesa del protagonista nello squallore della stazioncina deserta è una ‘scena vuota ‘ di pregnante intensità che ricorda la lezione di Antonioni. Ma tutto il film è lucido, antiretorico, modernamente scandito”. Ancora un film interessante per Adriano Asti con “Epigrafe” , presentato anche alla Settima Rassegna di Olbia, sul quale, nell’occasione, ennepi scrive su “Cinema Ridotto”(n.8/Agosto 1963): “Narra di alcuni nottambuli molto allegri che trovano un metronotte morto e pensano a brani della sua vita: uno di loro angosciato dalla morte crea una parte tutta a sé. Questo fa che ci sia un film nel film” , il che, aggiunge, sfasa un poco la bontà del lavoro. Di Adriano Asti ricordo altri film, ma soprattutto “Contrappunto”(1964) che sarà aggiunto, appena possibile, ad una Compilation.

Anche Adriano Asti ha compiuto, insieme alla moglie Delia La Bruna, delle esperienze nel cinema professionale, scrivendo soggetti e sceneggiature per alcuni film, tra cui “Pelle di bandito”(1968) di Piero Livi sul banditismo sardo, il giallo ambientato nella Roma-bene ”La ragazza di via condotti”(1973) di German Lorent, il drammatico “Il mio corpo con rabbia”(1975) di Roberto Natale incentrato su una ragazza, vittima della droga.

Sulla sua opera di filmmaker( nome con cui vengono chiamati oggi i cineamatori di ieri), come oggi vengono chiamati quegli autori del cinema indipendente per la cui valorizzazione Adriano Asti si batté notevolmente, ha espresso un giudizio che ne sintetizza il senso Nino Giansiracusa( in “Gli autori e le opere degli anni Sessanta” pubblicato nel libro, a cura di Roberto Chiesi con la collaborazione di Anna Quarzi, “Lo sguardo liberato.Fedic 1949-1999. Itinerari di una federazione di cinema indipendente(Manent-Firenze, luglio 1999) : “Adriano Asti con alcuni collaboratori del Cineclub La Spezia sviluppa un dolente amaro discorso sulla fragilità e l’indifferenza dei rapporti umani in una società svagata e superficiale, con un linguaggio tradizionale ma sempre estremamente corretto e coinvolgente e con numerosi riconoscimenti di giurie, critici e pubblico(Stetoscopio, 1961; Fuori i secondi, 1962; Epigrafe, 1963)”.

Paolo Micalizzi

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