Mondo Cinema

Antonio Bido, un avventuriero del Cinema

Amazon ha pubblicato “I miei sogni in pellicola” (2 DVD completo di Booklet) che raccoglie alcune opere di Antonio Bido, tra cui quelli cineamatoriali prima di passare al cinema professionale con dei gialli di cui abbiamo parlato in un precedente articolo pubblicato su questa Testata.

Si tratta di una forma di autobiografia visiva che sostituisce quella che di solito si fa in un libro. Sono presenti questi episodi: 1) Cara befana ti scrivo (Dalle origini al film “Giorno per giorno”); 2) Autogestione e ansiolitici (Dal liceo ai film sperimentali); 3) Il cinema, quello vero (Dall’università a “Il gatto dagli occhi di giada”); 4) Solamente gialli?(Da “Solamente nero” al grande rifiuto); 5) Barcamenandoci tra mari e voli (Dai documentari Corona a “Barcamenandoci”); 6) A vele spiegate (Dai documentari Marina a Max 100); 7) Action! (Da “Blue Tornado” ai progetti RAI); 8) XXI secolo (Dalla Somalia alle passioni collaterali); 9) Sperimentando, come allora (Il ritorno alla sperimentazione).

Sul set di “Solamente nero” Antonio Bido prova la scena dello strangolamento della ragazza

Un racconto per immagini, quindi, espresso in quasi cinque ore e scandito in capitoli corrispondenti alle tappe del suo percorso di regista. Ha iniziato con il corto ”Le avventure di Tom Sawyer” girato in 8 mm. a 14 anni continuando poi con esperimenti sul linguaggio espressi in comiche mute in 8mm. e in quelli più ardite di “Giorno per giorno” realizzato a 17 anni dove, secondo Claudio Bartolini, “il regista prende per mano lo spettatore e lo guida all’interno del (cine)lunapark dei suoi ricordi”. Fino ad arrivare ai mediometraggi visti al Festival di Montecatini, che in quegli anni costituivano per questa manifestazione una novità: ”Dimensione A”(1968-70) e “Alieno da”(1970-71”.

Nella sua carriera doveva figurare anche un film con la celebre fotomodella Marisa Berenson e Franco Califano, non realizzato per l’arresto del cantautore accusato di possesso di stupefacenti, poi assolto con formula piena.

Nella carriera di Antonio Bido anche l’esperienza con Marcello Mastroianni e Sophia Loren nella realizzazione del backstage di un loro film, ma anche quella di operatore e aiuto regista di Giuseppe Ferrara, il compianto amico Beppe regista di film di grande impegno civile, politico e sociale come “Il sasso in bocca”, “Faccia di spia” e “Cento giorni a Palermo” che ha frequentato molto la FEDIC come giurato o relatore a Convegni, che avevo piacere di chiamare perché era sempre disponibile a frequentare quel mondo in cui aveva iniziato a militare come cineamatore, travasandovi la sua esperienza.

Sul set de “Il gatto dagli occhi di giada”, Antonio Bido, con a fianco il suo aiuto-regista Ervino Wetzl. Il primo a sinistra è Corrado Pani, protagonista del film

Antonio Bido è stato definito dal critico Claudio Bartolini, che firma l’introduzione a “I miei sogni in pellicola”, “L’eterno avventuriero”. “I miei sogni in pellicola”, infatti, non è una autocelebrazione ma il racconto di una vita per il cinema dove passione e spericolatezza sono alla base di un mestiere affascinante che lui ha avuto il coraggio di intraprendere.

Lo propongo ai filmmaker FEDIC non per pubblicizzarne l’acquisto (non è nostro compito), ma per indicare un autore che nella FEDIC ha maturato quella professione che adesso continua ad esercitare.

Ad Antonio Bido ho rivolto alcune domande. Eccole con le risposte.

1) Che importanza ha avuto nella tua carriera nel cinema professionale aver iniziato come cineamatore e presentato i primi cortometraggi ad un Festival Fedic?
La Fedic è stata fondamentale per iniziare la mia carriera da professionista. Nel 1970 ho presentato “Dimensioni” il mio primo lungometraggio in 8mm al festival di Montecatini, vincendo il premio come migliore opera prima, l’anno successivo ho presentato “Alieno da” girato in 16mm, che si è aggiudicato più di un premio tra cui la targa Fedic. Grazie a questo sono stato invitato con le mie opere a molti festival e in uno di questi, precisamente al festival di Carrara, ha visto “Alieno da” il regista Giuseppe Ferrara con cui ho iniziato a lavorare nel cinema professionale come operatore e aiuto regista per arrivare ancora giovanissimo (26 anni) ad girare il mio primo lungometraggio professionale “Il gatto dagli occhi di giada”.

2) Perché hai iniziato con il genere giallo?
I miei film sperimentali erano film cosiddetti “d’autore”. Opere impegnate e soprattutto impegnative per lo spettatore. Erano dunque rivolte a un pubblico di “cinefili” disposti a sorbirsi film difficili. Un pubblico di nicchia insomma. Impossibile portare quel linguaggio nel cinema professionale, non avrei trovato nessuno disposto a finanziarmi. Nello stesso tempo non volevo esordire con una “commediola erotica” come avevano fatto alcuni registi che provenivano sempre dalle fila della Fedic. Volevo che il mio film d’esordio fosse un’opera seria, con dei contenuti drammatici e soprattutto che mi desse la possibilità di dimostrare che sapevo dirigere un film difficile anche tecnicamente. Il genere che mi sembrava più nobile era sicuramente il giallo. D’altronde, Hitchcock non era forse uno dei più grandi maestri del cinema che io amavo e che avevo studiato all’Università e di cui conoscevo tutti i film?

3) C’è un filo rosso che lega i film gialli agli altri tuoi lavori?
A rivedere oggi i miei film sperimentali i miei videoclip e i miei filmati, soprattutto quelli realizzati per la Marina Militare, devo dire che c’è un filo rosso che li lega ai miei film gialli e che riguarda una personale propensione a girare qualsiasi cosa privilegiando la “suspence”. Questo filo rosso l’ho potuto vedere molto bene realizzando recentemente la mia autobiografia filmata dove ho messo insieme spezzoni di una gran parte delle mie opere. Il filo rosso è evidentissimo nella scelta delle inquadrature, nel modo di raccontare e nella scelta delle musiche.

4) Come vedi da un punto di vista tematico il tuo futuro di regista?
Dopo 40 anni dal mio ultimo film giallo “Solamente Nero” sto per ritornare al genere. Il protagonista sarà lo stesso di “Solamente Nero” e cioè Lino Capolicchio. Questa volta però ho deciso di farlo come regista indipendente. Avere una produzione alle spalle limita moltissimo la creatività, almeno ad un tipo ansioso come me, e producendomelo da solo non avrò nessuno che mi condizioni. E per liberare al massimo la mia creatività farò anche il direttore della fotografia e il montaggio. Insomma un ritorno al filmaker che ero ai tempi della Fedic e speriamo che questo mi porti fortuna.

Paolo Micalizzi

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