Mondo Cinema

Quarant’anni senza Mario Bava

Cosa lega indissolubilmente registi tanto differenti come Martin Scorsese e Guillermo del Toro, Quentin Tarantino e John Landis, Sam Raimi e Luca Guadagnino? Sono autori visionari, le cui immagini forti – iperviolente, coloratissime, sensuali e sessuali – restano indelebilmente negli occhi e nel cervello dello spettatore. Per questa loro caratteristica, tutti loro ammettono un enorme debito nei confronti di un regista italiano il cui nome, ancora poco conosciuto ai più, è Mario Bava.

Il 25 aprile di 40 anni fa il regista sanremese ma trapiantato a Roma moriva improvvisamente, lasciando dietro di sé, senza saperlo, un’eredità pesante, una schiera di fans appassionati che si erano formati con i suoi film e che dal suo cinema avrebbero rubato scene, atmosfere, trucchi, colori.

La maschera del demonio

Eppure Mario Bava diceva che le sue opere erano solo “grandi stronzate”: si considerava poco più di un artigiano, uno specialista di trucchi cinematografici rudimentali poca spesa massima resa, come quando creò dal nulla, usando solo dei vetrini, la caverna di Diabolik oppure il terrificante mostro Caltiki, fatto tutto di trippa. E invece, a partire dagli anni ’60 con gli spaventosi La maschera del demonio e uno degli horror preferiti di Tarantino, I tre volti della paura, incontrò un notevole successo in America, ispirando futuri registi come Joe Dante. Nel suo primo film, Hollywood Boulevard, il futuro regista dei Gremlins girò una sequenza di omicidio ispirandosi a Bava: luci colorate, nebbia ovunque e una ragazza urlante inseguita da un assassino mascherato.

D’altronde con Reazione a catena, con il suo accumulo di delitti su delitti, sempre più grafici, crudeli, iperviolenti, e la mescolanza tra sesso e morte, Bava contribuì a fondare lo slasher movie americano, sotto-genere del thriller costruito sul “body count”, delitti a ripetizione, con dovizia di dettagli, ad opera di un maniaco incappucciato. Ma se Bava prendeva poco sul serio la materia, anzi spingeva il pedale dell’ironia e del grottesco, gli americani la scopiazzarono a partire dalla (mediocre) saga ad alto tasso di emoglobina e ammazzamenti, Venerdì 13. Il capostipite (Friday the 13th, 1980, di Sean S.Cunningham) è un plagio mai confessato di Reazione a catena.

Paradossalmente all’estero Bava ha avuto più fortuna che in patria: con La ragazza che sapeva troppo e il coloratissimo e iperviolento Sei donne per l’assassino Bava fondò il giallo all’italiana. Ma ad approfittarne commercialmente fu Dario Argento che perfezionerà il genere negli anni 70: il suo L’uccello dalle piume di cristallo diventerà uno strepitoso successo commerciale (due miliardi al botteghino).

Terrore nello spazio

Mario Bava, con poco più di venti film, è riuscito a conciliare la morte con la bellezza, creando uno stile unico, anche in generi diversi dal gotico e il thriller, i suoi prediletti: il peplum (il visionario Ercole al centro della terra), lo spaghetti western, la commedia demenziale con Franco e Ciccio e quella sexy, il cinefumetto (l’ultrapop Diabolik), la fantascienza (con il notevole Terrore nello spazio, che influenzò addirittura Alien di Ridley Scott e anticipò gli zombie-movie).

Non ha mancato nemmeno di dare un contributo fondamentale al poliziottesco, ovviamente sovvertendolo. Con Cani arrabbiati superò il tradizionale schema poliziotto buono contro criminale cattivo incentrando il film solo sui banditi e mettendo fuori campo le forze dell’ordine, esattamente come farà decenni dopo la serie tv Gomorra. Il suo è stato un film senza desiderio di vendetta, senza il riscatto dei buoni, senza un pacificante lieto fine. Purtroppo Cani arrabbiati fu ingoiato dal buco nero del fallimento della casa di produzione che lo finanziava, per riemergere solo a metà degli anni ’90 e diventando oggetto di culto. Come, dopo la sua morte, diventerà di culto tutta la sua opera, quella che lui chiamava “merda” ma che in realtà è ancora oggi oro puro.

Giuseppe Mallozzi