Mondo Cinema

Antonio Bido, da cineamatore ad autore di gialli dalle atmosfere inquietanti

Numerosi i filmmaker Fedic passati al cinema professionale dopo aver realizzato in ambito cineamatoriale alcune opere che li hanno preparati al grande salto: su di essi ho in preparazione il terzo volume di “Filmmaker Fedic alla ribalta”. Intanto colgo l’occasione di una recente proposta televisiva di due suoi gialli per parlare di Antonio Bido che i suoi primi lavori li ha presentati al Concorso Nazionale di Montecatini come socio del Cineclub Padova.

Antonio Bido si è dedicato al cinema ben presto, facendo, solo a 13 anni, il suo primo cortometraggio a soggetto. Ha continuato poi a realizzare film , anche se non con continuità dati i suoi impegni scolastici . La sua prima opera impegnativa è del 1970, aveva 21 anni. Si tratta di ”Dimensioni”(8mm., bianco e nero e colore), che gli costò due anni di lavoro, anche se non continuativo. Un’opera che ebbe un notevole successo affermandosi in importanti concorsi nazionali ed esteri. E fu recensito positivamente dalla critica. Piero Romano scrisse dopo la sua presentazione a “Montecatini Cinema-1970” dove ebbe il Trofeo “Leonida Gafforio” come Opera Prima: “Il film di Bido si incanala in una formula di cinema politico inteso quale cinema dialettico, in cui la sequenza del funerale e la radio che pontifica sono espressioni del conflitto teorizzabile tra arte e ideologia, tra espressività e forme teoriche di una sua immediata fruizione”.

Grande successo anche per il film successivo, “Alieno da”(1971, 16mm.60’). Un film costato 8 mesi di lavoro intenso e faticoso anche per i mezzi ridottissimi di cui il regista disponeva. Per la sua realizzazione Bido si è avvalso anche della collaborazione di attori del Teatro popolare di ricerca di Padova. E’ un film , secondo Luigi Serravalli, che cerca di analizzare i vari condizionamenti nei quali si viene a trovare l’uomo moderno e che, lentamente, avendone presa coscienza, dopo ave cercato tutte le soluzioni( il sesso, il lavoro, l’arte, la religione) lo portano al suicidio. Non accettando questa soluzione l’uomo può ripiegare sull’azione che si giustifica come puro e semplice agire. Quindi il protagonista del film di Bido, simbolicamente passa all’azione con un gruppo misto di operai e di studenti ed uccide il Potere”.

Poi nel 1976 il passaggio ad un lungometraggio professionale con il giallo “Il gatto dagli occhi di giada”. Il film ruota attorno a Mara (Paola Tedesco) che ha assistito all’ omicidio di un farmacista e che si rivolge a Lukas(Corrado Pani) per individuare l’assassino. Ne scaturisce una storia di vendetta verso i tre uccisi(oltre al farmacista, un’insegnante ed un usuraio) che durante la guerra erano stati delatori della sua famiglia ebrea, sterminata poi nei campi di concentramento. Un film che intriga sempre più lo spettatore con un ritmo incalzante e sequenze di grande tensione. Un film in cui Antonio Bido dimostra di possedere il linguaggio tecnico testimoniato dalla scelta delle inquadrature e dell’uso dello zoom creando l’ambientazione giusta. Ed in ciò utile, a nostro avviso, è stata l’esperienza cineamatoriale nella Fedic. E non a caso, per la realizzazione del film, Antonio Bido si avvale di alcuni collaboratori che hanno operato nel mondo della Fedic: l’aiuto regista Ervino Wetzl e gli sceneggiatori: Roberto Natale e Aldo Serio.

Troviamo Ervino Wetzl( ma c’è anche come assistente scenografa Laura Asti, figlia di Adriano e di Delia, protagonisti di primo piano della Fedic)anche come aiuto regista del successivo film di Antonio Bido, “Solamente nero” (1978) il cui protagonista è Lino Capolicchio che già era diventato un attore di grande rilievo, soprattutto con le sue interpretazioni nei film“Escalation”(1968), suo film d’esordio, “Il giardino dei Finzi Contini”(1970) e “La casa dalle finestre che ridono”(1976) di Pupi Avati. In “Solamente nero” è un professore universitario che soffre di esaurimento nervoso che raggiunge a Murano il fratello parroco Don Paolo(Graig Hill). Costui è oggetto di ostilità da parte di alcuni concittadini legati ad una fattucchiera, presso la quale si recano per sedute spiritiche. Persone che moriranno in circostanze misteriose: Si scoprirà che l’assassino è proprio Don Paolo che smascherato si getterà dal campanile della chiesa: aveva compiuto quei delitti per coprire l’uccisione di una ragazza che aveva compiuto anni prima. Nel cast anche Stefania Casini, una giovane che Capolicchio aveva incontrato in treno e che incontrerà poi a Murano, dove abita la madre, e sarà coinvolta nelle ricerche del misterioso assassino. Si tratta, come giustamente sottolineato dalla critica di un buon thriller alla Dario Argento, con particolare riferimento, per quanto riguarda il titolo alla sua trilogia sugli animali(“L’uccello dalle piume di cristallo”, “Il gatto a nove code” e “Quattro mosche di velluto grigio”). Ma in esso si nota anche l’influenza del Pupi Avati di “La casa dalle finestre che ridono” dove il protagonista è sempre Lino Capolicchio. Referenze che non vedrei in modo negativo ma come chiara adesione ad un genere da lui amato e nel quale si è inserito a pieno titolo. Un film che al contrario dei film citati non fa grande uso di spargimento di sangue, ma coinvolge per la sua alta tensione emotiva. Da apprezzare poi l’ambientazione di Murano che offre al regista atmosfere molto suggestive.

Nella filmografia di Antonio Bido altri lungometraggi, e tanti documentari, ma la nostra attenzione, per ora, è rivolta a quelle due opere che l’avevano contraddistinto quando operava nella Fedic ed ai due gialli che Cine34 ha trasmesso di recente e che sono stati lo stimolo per elaborare questo articolo.

Paolo Micalizzi