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Max von Sydow, un ricordo del grande attore svedese

Vi sono, al mondo, gli aristocratici per nascita e gli aristocratici per vocazione. Max von Sydow, scomparso novantenne l’8 di marzo, lo era per entrambe.

Alto, magro, con un viso lunghissimo e uno strano sguardo insieme malinconico e feroce, ha attraversato il cinema più complesso e meditato di Bergman e le produzioni della grande industria hollywoodiana con la stessa, impeccabile serietà e gli identici lampi di ironia nascosta: una nobiltà istintiva di impegno e di espressione, il ritratto perfetto dell’intellettuale che si misura con problematiche di impossibile soluzione mentre la vita sfugge impercettibilmente al controllo della sua intelligenza.

Il Settimo Sigillo

Una figura così non poteva che essere destinata a farsi alter ego (non l’unico, ma certo il più iconico, più del “solido” Gunnar Bjornstrand e anche del “morbido” Erland Josephson) dei fantasmi di Ingmar Bergman, per il quale ha recitato in quattordici film, passando dal cavaliere in fuga dalla peste che gioca con la morte nel Settimo sigillo ai meno mitizzati ma secondo noi ancora più importanti personaggi di capolavori quali Il volto, La fontana della vergine, Come in uno specchio, L’ora del lupo; e anche, curiosamente, nel film forse meno riuscito e per questo tra i più paradossalmente interessanti del maestro svedese, L’adultera, dov’era il marito tradito che impone alla moglie Bibi Andersson l’abbandono del problematico amante Elliot Gould; e dopo il quale il sodalizio attore-regista si romperà per molti anni (von Sydow rifiuterà di prendere parte a Fanny e Alexander, rimpiangendolo amaramente).

Difficile essere ancora protagonista quando la propria maschera si è identificata con ruoli così estremi e profondi: ed ecco che von Sydow, passato negli Stati Uniti a metà degli anni Sessanta, dopo essere stato Cristo (quasi una tappa obbligata in seguito ai tormenti bergmaniani fra laicità e fede) nel fallimentare La più grande storia mai raccontata di George Stevens, si avvierà sempre più sulla strada del caratterista di lusso, del cattivo raffinato, del padre nobile, del coprotagonista sornione: mantendendo peraltro – e anzi per molto tempo accrescendo – il proprio status di star.

Sempre attento, professionale, scrupolosissimo, passerà cosi, con graffiante leggerezza, dall’Esorcista di Friedkin all’Imperatore Ming di Flash Gordon, dall’ufficiale nazista di Fuga per la vittoria al perfido Blofeld, capo della Spectre, contro il James Bond “fuori canone” di Mai dire mai. Alternando film d’autore con pellicole commerciali, l’attore svedese troverà peraltro in America il migliore dei suoi ruoli non bergmaniani, lo straordinario agente segreto-killer Joubert del maggior film di spionaggio degli anni Settanta, I tre giorni del Condor di Sydney Pollack: un’interpretazione indimenticabile per classe, finezza, consapevolezza ironica.

L’Esorcista

Accanto ai numerosi film con registi internazionali di prima fascia, da Woody Allen a Steven Spielberg, da Martin Scorsese a John Milius, da David Lynch a Wim Wenders, da Bertrand Tavernier a Lars von Trier, von Sydow lascerà il segno in diverse produzioni italiane (lavorando con Rosi, Zurlini, Lattuada) e perfino nella saga di Guerre stellari (è apparso nel Risveglio della Forza).

Fuori dal grande schermo ha doppiato un episodio dei Simpson, è comparso nel Trono di spade, ha prestato la voce a un videogioco: sempre all’insegna della curiosità, del rigore, del divertimento intellettuale, di una segreta malinconia dello sguardo.

Nonostante i numerosi lavori americani, ha sempre mantenuto, nella tradizione forse di una famiglia aristocratica e professorale, l’aria dell’europeo in trasferta, che si legge fra le righe di ogni sua prova, dai grandi ruoli alle partecipazioni straordinarie (e che forse gli ha nociuto nelle due occasioni in cui è stato senza fortuna candidato all’Oscar): ed europeo è rimasto nella cittadinanza, prima svedese e poi – in seguito al secondo matrimonio – francese.

Negli anni Novanta, era anche tornato a recitare in due film scritti, benché non diretti, da Ingmar Bergman: Con le migliori intenzioni di Billie August e Confessioni private di Liv Ullmann. Due lavori di buon livello, ma in cui vibrava solo l’eco di una stagione irripetibile, bene o male che sia, del cinema novecentesco.

Jacopo Marchisio
Circolo Savonese Cineamatori Fedic