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E’ morto l’attore Flavio Bucci

È morto lo scorso 18 febbraio nella sua abitazione di Passoscuro, per un infarto, l’attore Flavio Bucci. Aveva 72 anni. Nato a Torino nel 1947 da una famiglia molisano-pugliese originaria di Casacalenda, in provincia di Campobasso, e di Orta Nova in provincia di Foggia, si è formato presso la Scuola del Teatro Stabile di Torino fino a quella grande chiamata che capita una sola volta nella vita: Elio Petri lo sceglie come protagonista del suo La proprietà non è più un furto nel 1973. Alcuni suoi ruoli restano memorabili in film altrettanto indimenticabili come ne ‘Il Marchese del Grillo’, accanto ad Alberto Sordi, a ‘Suspiria’ del maestro del terrore Dario Argento, a ‘Il divo’ di Paolo Sorrentino, solo per citarne alcuni. Un grande caratterista, di quelli che hanno fatto grande la cinematografia italiana.

Come spesso accade, è il piccolo schermo a dargli la notorietà: con la sua indimenticabile interpretazione del pittore Ligabue, nello sceneggiato televisivo diretto da Salvatore Nocita nel 1977, con il quale tornerà a lavorare ne I promessi sposi nel 1989 tutta l’Italia ha modo di apprezzarne le qualità di un grande attore-trasformista. Sempre per il piccolo schermo, ha recitato anche ne La piovra (1984) di Damiano Damiani e in L’avvocato Guerrieri – Ad occhi chiusi (2008) di Alberto Sironi mentre diede la voce a uno dei personaggi più iconici del cinema, il Tony Manero-John Travolta ne La febbre del sabato sera.

Dopo aver lavorato con Giuliano Montaldo nei film L’Agnese va a morire (1976) e Il giorno prima (1987), i suoi ruoli per i grande schermo restano legati a quelli di grande caratterista: in primis il prete Don Bastiano in Il marchese del Grillo di Mario Monicelli (1981) che, prima di essere impiccato, sul patibolo, mette insieme uno dei discorsi più potenti e divertenti del cinema: “Adesso, pure io posso perdonare chi mi ha fatto male: in primis, al Papa, che si crede il padrone del cielo, in secundis, a Napulioune, che si crede il padrone della Terra, e per ultimo al boia, qua, che si crede il padrone della morte, ma soprattutto, posso perdonare a voi, figli miei, che non siete padroni di un ca**o!”. Seguirono, nel 1983, Sogno di una notte d’estate, primo lungometraggio di Gabriele Salvatores, Tex e il signore degli abissi del 1985, Secondo Ponzio Pilato nel 1987, Teste rasate nel 1993, Il silenzio dell’allodola nel 2005 e Il divo di Paolo Sorrentino nel 2008.

Parallelamente a quella cinematografica e televisiva, Bucci porta avanti una fervida carriera teatrale, sempre di primo piano: Opinioni di un clown di Heinrich Böll; Le memorie di un pazzo; Uno, nessuno e centomila; Il fu Mattia Pascal e Chi ha paura di Virginia Woolf? e Riccardo III.

Con due matrimoni finiti e tre figli, che nel 2019 era tornato nel suo paese d’origine accolto dall’amministrazione comunale che gli conferì la cittadinanza onoraria, la vita di Bucci fu molto tortuosa: la notorietà lo portò a tanti di quegli eccessi da ridurlo in povertà.

In una intervista raccontava, senza inibizioni, la vita dissoluta condotta da quando iniziò ad avere successo: “In teatro guadagnavo anche due milioni al giorno. Per fortuna ho speso tutto in donne, manco tanto, che me la davano gratis, vodka e cocaina. Scarpe e cravatte che non mettevo mai. Mi sparavo cinque grammi di coca al giorno, solo di polvere avrò bruciato sette miliardi. L’alcol mi ha distrutto? Mah, ha mai provato a ubriacarsi? È bellissimo. E poi cos’è che fa bene? Lavorare dalla mattina alla sera per arricchire qualcuno? Non sono stato un buon padre, lo so. Ma la vita è una somma di errori, di gioie e di piaceri, non mi pento di niente, ho amato, ho riso, ho vissuto, vi pare poco? Non è stato facile starmi vicino, alcuni hanno resistito e altri meno, si vede che era il mio destino. Io sono come sono. Non mi voglio assolvere da solo e non voglio nemmeno andare in Paradiso”. Ironicamente, un epilogo dissacrante quasi come quello recitato da Don Bastiano nel suo discorso finale.

Giuseppe Mallozzi