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In memoria di mio padre (di Marco Maisetti)

Ringrazio chi lo ha salutato per l’ultima volta, chi ha portato conforto a me e alla mia famiglia, chi lo ha conosciuto e gli è stato accanto durante la sua vita. Mio padre amava Dio in quanto amore. Per lui l’amore era ovunque, non solo in una chiesa cattolica, ma anche in una moschea, in un tempio buddista, in una piazza di paese. Non amava i riti e le preghiere, ma amava la gente di qualunque etnia, fede religiosa, razza e colore, con una netta predilezione per il sesso femminile. Io, suo figlio, non posso dargli torto.

Ci sono momenti che devono arrivare, e infatti arrivano. Eppure quando arrivano ti sconvolgono, perché ti accorgi che continui a vivere anche senza una parte di te, la più importante, quella che ti ha dato origine, quella che ti ha dato un nome, un cognome, un indirizzo. Lui è stato la mia casa, una grande casa. Non solo un riparo, ma un rifugio magico dal quale ci si poteva allontanare, sicuri che sarebbe riapparso all’occorrenza, in qualunque luogo, in qualunque momento. Mio padre sapeva raccontare la storia attraverso la poesia, la sua e quella dei suoi amici scrittori, attori, registi, pittori, critici. Che fossero perfetti sconosciuti o persone famose lui era capace di far emergere la loro arte e sorprenderti facendoti scoprire lati inesplorati, parti del mistero di ogni vita. Mi dispiace per chi non ha visto mio padre, già Cavaliere della Repubblica, essere premiato con l’Ambrogino d’Oro, il premio più importante per un milanese che si era distinto nel mondo. Mi dispiace soprattutto per chi non lo ha visto in perfetta salute, quando parlava alle platee con l’entusiasmo di chi amava ciò che faceva, seguendo le sue passioni. Proprio a causa delle sue passioni quando ero piccolo non ho avuto modo di trascorrere molto tempo con mio padre. Mi credevo sfortunato e poco amato, fino a quando lui mi ha insegnato a distinguere il tempo, perché il tempo passato con lui era davvero tempo di qualità.

Non c’era noia, non c’era banalità, c’era un senso; nonostante lui fosse pieno di difetti. Irascibile, rompiballe, pericoloso nella guida (lo ricordo bene quando alla guida della sua auto con mamma e figli piccoli al seguito saliva e scendeva dai marciapiedi di Milano per evitare qualunque coda), era irritabile, non sapevi mai come prenderlo. Era temibile per le sue improvvise reazioni, variabili a seconda dell’umore. Io da piccolo a tavola sedevo alla sua sinistra. Avevo paura di lui e mangiavo inclinato a una distanza che io e mia sorella chiamavamo distanza sberla, la nostra unità di misura di sicurezza. Chiaramente non amava i capricci, come non amava i lamenti o quant’altro. Ha fatto lo shampoo a sua figlia con l’insalata, con la zuppa di patate, coi famosi piselli che avrebbero dato il soprannome a Francesca di Signora Piselli. Lei piangeva ed io ridevo, e le prendevo perchè mettevo in discussione l’autorità paterna. Certo, descritto così potrebbe sembrare un mostro, ma lui sapeva conquistarti in un attimo. Come la volta che venne a prendermi a scuola, riuscendo ad interrompere una lezione che non poteva essere interrotta e a farmi uscire immediatamente con la scusa di un incidente accaduto a mia madre per portarmi invece a San Siro a vedere la partita del Milan contro il Manchester City. O quando mi sorprese nel suo inviolabile studio mentre cercavo di accendere il suo stereo: mi aspettavo le sue urla e lui invece mi prese per mano e mi spiegò il senso del silenzio nelle cesure musicali.

Lui era così, saggio e folle, per alcuni versi prevedibile e per altri imprevedibile, acuto e ottuso nello stesso tempo, un ossimoro. Ma qualunque cosa fosse, sapeva trasformarsi come un supereroe. Quando ho avuto davvero bisogno lui c’era, come c’è sempre stato nei momenti difficili della famiglia. Amava definirsi l’ultima ruota del carro, ragione per la quale chiamavo mio fratello Michele la ruota di scorta dell’ultima ruota del carro, e le prendevo. In realtà era la colonna nascosta della casa, il capostipite di una famiglia che cresceva pazza a sua immagine e somiglianza, apparentemente disunita, ma che sapeva raccogliersi in se stessa e attorno a lui nei momenti difficili. La sua malattia è durata dieci anni. Le circostanze hanno fatto sì che io li abbia vissuti tutti accanto a lui e a mia madre. Pensavo potesse essere un aiuto per loro, e lo è stato. Ma è stato soprattutto un altro lento, lungo studio sull’attenzione, sulla sensibilità, sulla ricerca ripetuta di soluzioni alternative, palliativi e conforto a un problema comunque irrisolvibile. Mi è servito. Ho riscoperto me stesso, ho potuto esaminare anni di lavoro dei miei genitori attraverso i loro scritti, le loro bozze, le loro memorie. Ho cercato di imparare l’arte della pazienza, della perseveranza, della ricerca della perfezione. Ho sicuramente scoperto il valore successivo al fallimento e allo sconforto, nella ricerca di quella forza creduta persa e invece necessaria a ricominciare da zero. Sono stato un po’ di tutto, ho fatto un po’ di tutto. Mi chiamava Marco, ma poi mi ha chiamato Fabio, Paolo e Roberto, una volta addirittura Carlotto. Poi sono diventato il suo amico.

Ho amato quell’aggettivo possessivo più del mio nome, perchè capivo di essere diventato per lui un punto di riferimento costante e destinato a diventare il più importante. Fu quando lui cominciò a chiamarmi papà. E’ incredibile come questa inversione di ruoli sembri aprire un nuovo spazio mentale nel quale luogo e tempo non esistono e dove sia possibile esaminare i due ruoli attraverso due diverse prospettive contemporaneamente. È difficile spiegare quanto l’assunzione di diritti e doveri di entrambi i ruoli possano regalare una forza straordinaria e una sicurezza quasi divina forse perchè generata dall’incorporazione di padre e figlio. In sintesi ho avuto la fortuna di fare un percorso straordinario. Penso mi abbia fatto diventare un figlio, un padre, un fratello, ma anche un amico migliore. Spero che lo spirito di mio padre mi dia forza ulteriore per continuare a dedicare il mio futuro all’amore verso il prossimo e alla difesa dei più deboli.

Marco Maisetti

(Foto di copertina: Massimo Maisetti a Filmvideo 2009 – foto di Giorgio Sabbatini)