Recensioni

“Pinocchio” di Matteo Garrone, la recensione

Ho assistito alla proiezione dell’ultimo film “Pinocchio” con la regia di Matteo Garrone, tratto dal libro di Carlo Collodi (ovvero Carlo Lorenzini) scritto e pubblicato nel 1881. Opera cinematografica giustamente e meritatamente esaltata dalla critica. Un fantasy nel quale le varie componenti che lo compongono risultano eccellenti: la regia, gli attori, le musiche, gli effetti, il montaggio, l’ambientazione. Ero bambino quando lessi per la prima volta il romanzo e, come tutti i bambini, rimasi estasiato, pur non comprendendo quali fossero i significati che si nascondono dietro i personaggi e le vicende di questo libro universale che tratta di un burattino che ne combina di tutti i colori. Infatti l’opera è piena di simbologie che Collodi intese collegare ai personaggi, umani o animali che fossero. Mi era rimasto impresso l’incipit di questa favola che iniziava pressappoco con queste parole: “C’era una volta un Re, diranno subito i miei cari lettori; niente affatto, avete sbagliato, c’era una volta un pezzo di legno”.

Certamente ho notato, come hanno già affermato i vari critici, che il film viene costruito da Garrone rispettando esattamente la storia raccontata nel libro. Superba l’interpretazione di Roberto Benigni nella parte di Mastro Geppetto, come pure quella di Federico Ielapi nella parte del burattino. Insomma, un film con cui il cinquantenne regista continua ad affascinare il pubblico come ha fatto con opere precedenti, vedi “Il racconto dei racconti”, “L’imbalsamatore”, ecc.

Quindi ci troviamo sicuramente di fronte ad un’ottima opera dell’ingegno, ma… ecco il mio punto di vista. Vorrei riferirmi alla trasposizione in immagini di un classico della letteratura per l’infanzia, partendo dalle sensazioni che si provano quando si legge un libro come Pinocchio, specialmente se chi legge è un bambino.

Il lettore che si pone davanti alla narrazione, immagina con la propria fantasia i personaggi che man mano si presentano nella storia. Il gatto e la volpe, per esempio, li immagina veramente un gatto e una volpe, e allo stesso modo Pinocchio è un burattino fatto di legno e come tale si muove come un burattino. Nella produzione di un cartone animato su “Pinocchio”, gli animali rimarrebbero tali, anche se parlano con voce umana come avviene nelle celebri animazioni della Disney, vedi “Bambi”. Ma quando si costruisce un film e si sostituiscono gli animali con esseri umani, come avviene nel film di Garrone così come è avvenuto in tutti i precedenti film sullo stesso libro (il gatto e la volpe non più animali, ma esseri umani, un burattino che respira e si muove come un vero bambino, ecc.) a mio modestissimo parere viene tradito lo spirito, l’anima del libro stesso.

Perché Collodi ha scelto alcuni animali tra gli interpreti della sua storia? Ci sarà stato pure un motivo! La volpe rappresenta la furbizia, per esempio, la lumaca la lentezza, e poi il grillo la saggezza, l’asino la cocciutaggine, il tonno la rassegnazione. Leggendo il libro, nel passaggio da burattino a bambino, Pinocchio si presenta come due entità distinte: un bambino di legno, un bambino in carne ed ossa. Nella trasposizione in film, questa dicotomia diventa, ripeto a mio parere, non vera, posticcia.

Come sappiamo, i destinatari del libro sono i bambini, ma come ho già detto, essi difficilmente possono carpire le simbologie che si nascondono dietro i personaggi. Ma quando il bambino diventa adulto, allora capirà il profondo significato che Carlo Collodi volle dare a questa sua opera. Che diventa così un libro per tutte le età.

Con queste mie riflessioni intendo dire che soltanto mantenendo i personaggi così come l’autore li ha concepiti, si rispetta lo spirito del libro; la sostituzione degli animali con esseri umani tradisce, forse, le intenzioni dell’autore e perde la genuinità del racconto, cadendo così nell’artefatto. Quanto ho appena scritto non sarà probabilmente condiviso da molte persone. Ma è proprio questo il bello: poter dire o scrivere ciò che rimane racchiuso nelle nostre meningi ed avere la libertà di poterlo esprimere senza remore e senza timore.

Beppe Rizzo