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TECNICHE CINEMATOGRAFICHE “RIVOLUZIONE DIGITALE”

a cura di Marco Rosati

L’era digitale nella quale viviamo ha coinvolto anche l’arte cinematografica nell’evoluzione delle telecomunicazioni, dei supporti di registrazione, riproduzione e ripresa. La lente cattura la luce ma non impressiona una pellicola, bensì è un’acquisizione digitale di molte piccole unità chiamate pixel (elementi di figura) che formano un’immagine. Maggiori sono il numero di pixel e migliore è la qualità.
I cambiamenti portano modifiche anche agli stili. L’esplosione della video arte avvenne in presenza di macchinari tecnologici che permettevano di usare particolari effetti di montaggio ed avere a disposizione economici mezzi di registrazione e vari monitor. Questa facilità di divulgazione entrò nelle case delle persone, permettendo la realizzazione di filmati amatoriali su vhs e la semplice riproduzione su un videoregistratore collegato al televisore. Con un minimo di praticità si poteva realizzare un vero banco di montaggio in casa.
Il passaggio dalle vhs ai dvd replicava in musica quello del vinile al cd. Uscirono le prime videocamere che registravano su piccoli dvd permettendo la riproduzione su lettori standard, per filmare in modo economico e rivedere nell’immediato la ripresa fatta. Le memorie di acquisizione diventarono le schede sd o hard disk o dischi magnetici che in futuro avrebbero necessitato di computer o lettori con cavi di collegamento fra camera e monitor per permettere di visionare il filmato registrato.
Con l’avvento dei monitor sul set, il lavoro del regista veniva facilitato. Non più l’attesa di rivedere il girato giornaliero a fine riprese, ma la possibilità di seguire la registrazione in diretta, consentendo al regista di dirigere in miglior modo l’operatore alla macchina da presa.
La digitalizzazione permise una rilassatezza nella gestione di ripresa: non più la costosa e infiammabile pellicola ma ampia capacità di registrazione a prezzi notevolmente ridotti. David Lynch ne elogia  questa caratteristica permettendogli di girare in continuità, ripetendo le scene più volte e filmare utile materiale oltre ad offrirgli opportunità superiori nel banco di montaggio digitale, modo in cui ha montato “The Straight Story” (1999).

Questa tecnologia offre una sicurezza maggiore rispetto ad una potenzialmente difettosa bobina, risulta inoltre meno rumorosa ed ingombrante e non necessita uno staff specializzato, ottime prestazioni che sarebbero state impensabili anni prima a prezzi così raggiungibili.
Le fotocamere digitali hanno sostituito il rullino permettendo, oltre allo scatto singolo fotografico, anche la registrazione di filmati.
La divulgazione del digitale ha moltiplicato la produzione amatoriale con un raggiungimento qualitativo alto di immagine. E’ vero che la differenza con la pellicola c’è, così come è differente ascoltare un disco in vinile rispetto ad un digitale cd: l’immagine nella sua nitidezza è fredda e manca della corposa “pasta” che già un vhs poteva offrire.  Le sale cinematografiche hanno dovuto aggiornarsi acquistando proiettori digitali, così nella sala di proiezione non arriva più la “pizza” (il cerchio di metallo con la pellicola contenente il film) ma un file digitale con un codice che autodistrugge il filmato a termine del periodo di proiezione. Ciò permise una distribuzione in contemporanea in più sale via satellite per l’anteprima di “Star Wars: Episode II, Attack Of The Clones” (George Lucas, 2002).  Spariscono quindi le “bruciature di sigaretta”, quei tondini che appaiono solitamente in alto all’angolo dell’immagine come segnale per il proiezionista che la bobina è terminata e va sostituita; in “Mank” (David Fincher, 2020) girato in digitale aggiunge digitalmente le “bruciature” oltre al bianco e nero per aumentare l’immersione nell’ambientazione storica
Ugualmente i supporti casalinghi si sono adeguati: i tubi catodici che formavano televisori ingombranti si sono sostituiti con schermi piatti sempre più larghi. Vecchi film vengono rimasterizzati in digitale per adeguarsi alle qualità riproduttive dei nuovi schermi. Questo fenomeno della conversione in digitale permette un miglioramento, consente di lavorare sul singolo fotogramma, come avvenuto per Peter Jackson ne “Lo Hobbit: An Unexpected Journey” (2012), duplicando a 48 la classica velocità di 24 fotogrammi al secondo, ottenendo una maggiore fruibilità d’immagine rispetto all’ordinario.
Nascono imprese che si concentrano sulla fabbricazione di cineprese digitali con un’importante entrata sul mercato, come la Red per “The Argentine” (Steven Soderbergh, 2008).

Nel 1998 al Festival di Cannes vinceva il cinema digitale con il premiato “Festen” (Thomas Vinterberg, 1998). Hanno raggiunto l’immediata notorietà “Slumdog Millionaire” (Danny Boyle, 2008) e “El Secreto De Sus Ojos” (Juan Jose Campanella, 2009), primi film in digitale ad essere premiati agli Oscar, segnale di promozione e accettazione di questa nuova tecnica. “Avatar” (James Cameron, 2009) è il primo digitale ad essere campione di incassi. L’esperienza del digitale permetterà a Lars Von Trier di sperimentare in “Dogme#2: Idioterne” (1998) e “Dancer In The Dark” (2000) usufruendo di ampio numero di cineprese. Dalla parte del digitale si schierò Eric Rohmer nel 1999. Agli albori del cinema digitale erano evidenti i film girati con questo supporto e diventavano subito noti: in Italia fu un esempio Matteo Garrone con “L’Imbalsamatore” (2002), all’estero Michael Mann con “Collateral” (2004) e “Miami Vice” (2006); il film  “Zodiac” (David Fincher, 2007) venne strutturato interamente per essere realizzato su formato digitale. Attualmente le produzioni cinematografiche sono nella maggior parte in digitale, per gli investitori è un risparmio economico notevole ed in particolare il tempo illimitato di ripresa che sui set si traduce anche in lunghe sequenze poi tagliate in fase di montaggio.
Durante la realizzazione di “Boyhood” (Richard Linklater, 2014)  in piena transizione digitale le riprese proseguirono su pellicola 35 mm, con conseguente montaggio in digitale.  Anche Woody Allen ha fatto il suo ingresso nel digitale con il film “Café Society” (2016) dove la fotografia è stata seguita da Vittorio Storaro.

Nell’evoluzione tecnologica i telefoni portatili accessibili a modico prezzo adesso permettono di registrare video di qualità alta e un telefonino portatile permette una registrazione di qualità superiore ad una videocamera amatoriale di qualche anno prima.  Steven Soderbergh  ha dato esempio di come si possa fare un film commerciale di distribuzione internazionale filmando con telefonino il film “Unsane”  (2018). Vedere per credere. Ci sono autori ancora affezionati che girano in pellicola come scelta fotografica: Quentin Tarantino (“The Hatefull Eight”, 2015), Paolo Sorrentino (“La Grande Bellezza”, 2013), Alice Rohrwacher (“Le Meraviglie”, 2014), Matteo Garrone (“Il Racconto dei Racconti”, 2015).
Dalla nascita del cinema digitale sono vari gli esempi in digitale, fra i quali: “L’Anglaise Et Le Duc” (Eric Rohmer, 2001), “Russkij Kovceg” (Aleksandr Sokurov, 2002), “Inland Empire” (David Lynch, 2006), “Apocalypto” (Mel Gibson, 2006), “Cave Of Forgotten Dreams” (Werner Herzog, 2010), “Rubber” (Quentin Dupieux, 2010), “Hugo” (Martin Scorsese, 2011),  “Drive” (Nicolas Winding Refn, 2011), “Prometheus” (Ridley Scott, 2012), “Skyfall” (Sam Mendes, 2012), “Life Of Pi” (Ang Lee, 2012), “Jobs” (Joshua Michael Stern, 2013), “Gravity” (Alfonso Cuaron, 2013), “Gone Girl” (David Fincher, 2014), “Il Giovane Favoloso” (Mario Martone, 2014), “The Revenant” (Alejandro Gonzales Inarritu, 2015), “It Follows” (David Robert Mitchell, 2015), “Tenet” (Christopher Nolan, 2020).