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L’occhio critico del film-maker: “Loveless” di Andrey Zvyagintsev

Ogni opera artistica ha, in linea di massima, un titolo, che si tratti di opera cinematografica o teatrale, oppure un quadro o una scultura. Solitamente il titolo viene dato nella lingua del paese in cui l’opera è stata creata e quando essa varca i confini, può rimanere in lingua originale oppure essere tradotta nell’idioma del paese ricevente.
Il Cinema segue la stessa regola, anche se, al giorno d’oggi, vige la tendenza, in Italia, di lasciare la lingua originale, nella supposizione che, se in inglese, sia comprensibile alla maggioranza del pubblico.

E’ il caso del film “Loveless”. Anche se questo titolo fosse stato tradotto in italiano, ovvero “Senza amore” avrebbe mantenuto il suo significato vero, cioè rispettoso dei contenuti del film (contrariamente a quanto avvenuto, per esempio, per il film “Doppio amore” di François Ozon il cui titolo non rispecchia il contesto della narrazione e che al contrario, quello originale, “L’amant double”, ne è perfettamente in sintonia).

Torniamo al film russo “Loveless” del regista Andrey Zvyagintsev. Un’opera molto interessante che ha vinto il premio della giuria a Cannes. Film altamente drammatico uscito in Italia nel 2017 e distribuito da Academy 2. Presentato all’Oscar nella sezione “Miglior film straniero”.

E’ la storia di una coppia che si è appena separata, ma continua ad avere contatti per via dell’alloggio che è stato messo in vendita e, ancor più, per la presenza di un figlio dodicenne. La situazione di questo ragazzo è molto triste. Non ben voluto da ambedue i genitori, piange di una profonda angoscia (in solitudine nella sua cameretta). Un figlio non accettato dalla madre sin dalla nascita, perché frutto di una gravidanza inattesa; respinto dal padre, inadeguato ai propri doveri di genitore e soprattutto perché impegnato con la sua nuova e giovane compagna che ha messo incinta. Il ragazzo è protagonista involontario dei continui e burrascosi litigi. Ambedue i coniugi si scambiano epiteti davvero cattivi, colmi di odio. Anche la donna ha un proprio partner verso il quale nutre un grande amore (almeno questo il comportamento all’inizio della narrazione). Un giorno il ragazzo scompare e inizia la ricerca disperata da parte delle autorità e dei volontari di organizzazioni varie.

Il film inizia e termina con un martellante sonoro che, probabilmente nelle intenzioni del regista, vuole trasmettere l’angoscia e la deprimente situazione. C’è molta metafora nel film, paesaggi suggestivi sembrano opere d’arte pittorica ma creano l’atmosfera desolante e avvilente che percorre tutta la storia. Scene molto lente che danno allo spettatore il tempo di riflettere sulle cose che accadono e di apprezzare il talento straordinario di questo regista che talvolta riesce a comunicare non con la parola ma con le immagini e l’espressione dei visi. Un’ottima regia senza momenti di stallo. Suggestiva la fotografia ed una interpretazione di buon livello. I dialoghi si presentano pertinenti, quindi una sceneggiatura ben costruita.

Il titolo “Loveless” è stato ottimamente scelto perché rispecchia l’essenza dell’opera di Zvyagintsev. “Senza amore” sono le parole che sentiamo pronunciare dall’amante della donna quando, in un momento di relax dopo un amplesso, in cui la donna racconta la sua vita, le sue amarezze, l’odio verso il marito e verso la madre (anche con quest’ultima i rapporti sono stati sempre di attrito e disarmonia), l’uomo afferma che “nella vita è impossibile vivere senza amore”.

Gli incontri degli amanti, come già accennato, sono improntati al sentimento, all’amore, al desiderio sessuale. Ma non sarà così verso la conclusione della storia. Nel finale alcune scene mettono in mostra le due coppie che vivono la loro vita nell’indifferenza: ognuno è isolato, guarda la televisione, usa il cellulare, si allena sul “tapis roulant”; è innegabile che l’amore si è affievolito.

Un film pieno di tristezza in cui la disgregazione familiare è palese. Lo spettatore ne esce con un senso di smarrimento. Certamente l’autore del film ha voluto mettere in risalto la perdita dei valori, della sacralità della famiglia, volendoci trasmettere il messaggio – tra l’altro enfatizzato da Papa Francesco – che la vita dovrebbe percorrere i binari dell’amore. Soltanto così il male, la violenza, gli orrori del mondo potrebbero essere… ridotti a casi sporadici, mentre oggi sembrano governare il mondo. Ma tutto ciò, forse, è purtroppo mera utopia.
Beppe Rizzo

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