Rubriche

GLI AUTORI FEDIC E LE LORO OPERE

IL COVID 19 – LA SEGREGAZIONE E IL DESIDERIO DI ESPRIMERMI ATTRAVERSO LE IMMAGINI

di Giorgio Ricci –

Si sta avvicinando la fine di questo martoriato 2020 e le difficoltà e le preoccupazioni non mi hanno impedito di esprimermi con le immagini. Io preferisco fare documentari perché mi rendono più libero di raccontare ciò che amo di più; l’uomo e l’arte. E su questa strada l’essere relegato in casa mi ha facilitato le cose perché questo tipo di espressione mi ha impedito di incontrare molta gente e frequentare luoghi affollati.
Il lavoro che prediligo è una breve riflessione di quasi due minuti che ho fatto dialogando con la mia telecamera durante il periodo della prima mandata del Covid 19. E’ la spiegazione del perché il dover stare in casa non mi è costata sacrificio. E’ una cosa che amo e che non desidero sia resa pubblica; desidero che resti dopo che non ci sarò più per ricordare ai miei figli e far sapere ai miei nipoti quale è stato il rapporto con mia moglie. Solo pochissimi intimi lo hanno potuto vedere. Non è stato scritto ed è nato d’istinto; pensato girato e montato forse in un’ora.
Ben più tempo invece mi ha preso un documentario di 92 minuti dedicato ad un mio amico morto in aprile.  Con lui, noto attore di prosa, presente in alcuni sceneggiati televisivi come Il cardinale Lambertini, I miserabili, Luigi Einaudi, oltre a qualche film, avevo girato la biografia più di dieci anni fa, in formato quattro terzi. Non l’avevo montato perché Claudio, questo è il nome dell’amico avrebbe voluto completarlo, come diceva lui, “non ora. Lo completeremo pochi giorni prima che io muoia”. Purtroppo siamo rimasti fregati perché la morte è arrivata senza dargli il tempo di ultimare la nostra opera.  Quindi ho riesumato le immagini girate e ho finito il documentario che narra di Claudio fino a quando ha raccontato la sua vita.

Claudio Sora (a dex.) insieme all’attore Tullio Solenghi in occasione di un Festival (anni 1972-1973) dei Gruppi d’Arte drammatica di Pesaro, di cui era Direttore artistico

Ho cercato di rimanere fedele al mio pensiero che è quello di non tradire la verità perché la documentazione a mio avviso non può ammettere delle licenze che siano diverse dalla realtà. Altrimenti non sarebbe documentare. Claudio aveva scritto ciò che ascoltiamo e la documentazione fotografica e cinematografica che accompagna le sue parole è il frutto di una ricerca effettuata in una casa abbandonata per parecchi decenni e attraverso internet e RAI. E’ stata una ricerca che portò me e Claudio indietro di tanti anni e che mi ha permesso di conoscere meglio Claudio e di poterlo descrivere poi nel documentario meglio di come avrei potuto fare se non avessi potuto osservare le sue reazioni ed ascoltarlo nelle riflessioni mentre frugavamo fra le cose nascoste dal tempo. A mio avviso il documentario potrebbe sembrare noioso, una ora e mezza è tanto!, ma anche questo rappresenta la soddisfazione di una esigenza nata per il rispetto della realtà.  L’ho presentato ma non fatto vedere interamente alla Associazione Amici della Prosa che organizza uno dei più importanti Festival Nazionali d’Arte drammatica, riservato agli amatori, di cui Claudio era stato Direttore Artistico per tantissimi anni. Non è un film da concorso ma anche questo documento sarà una testimonianza di un cittadino pesarese che si è fatto onore in campo nazionale nel campo dell’arte teatrale.

Claudio Sora con Giorgio Ricci

Il mese di ottobre è stato prolifico. Un acquarellista del quale avevo già raccontato la biografia nel 2009 con un documentario di 35 minuti selezionato al Festival Nazionale FEDIC a San Giovanni Valdarno, ha recentemente prodotto quattro opere che mi sono rimaste impresse soprattutto dopo aver letto ciò che una critica d’arte aveva scritto. Ho contattato l’autore delle opere, la critica d’arte e ne sono scaturiti 19 minuti che hanno riscosso un buon successo al punto di meritare di essere, fino ad oggi in una settimana, riproposto per dieci volte da una TV locale che me lo ha richiesto. Desidero a questo proposito sottolineare che fedele alla mia missione di vecchio “cineamatore” non chiedo mai ricompense di alcun genere quando concedo in visione pubblica le mie modeste opere. E questo un documentario che ho sentito, quasi vissuto perché la straordinaria bravura della critica d’arte è riuscita a farmi entrare nelle opere e anche perché la vicinanza dell’autore mi ha fatto meglio comprendere le sue creature.  Ho fatto tutto in sette giorni. La signora Baldassarri, questo è il nome della critica, aveva scritto il testo e me lo ha dato prima che io la riprendessi mentre lo raccontava e mi ha concesso di soffermi sulle opere oggetto del documentario con l’occhio di chi doveva commentare le parole con le immagini. Questo mi ha fatto penetrare nelle opere e sentirle. E’ stata una esperienza bellissima e costruttiva, sotto il profilo artistico, umano, e della tecnica della descrizione cinematografica.
Il mese di novembre mi ha portato a commentare una poesia di Carducci dal nome “Funere mersit acerbo”; 10 minuti in cui fra Renato Martino dedica una riflessione a coloro che hanno perso un figlio o una figlia a 150 anni da quando Giosuè Carducci scrisse una poesia per ricordare il suo figlioletto morto a tre anni e mezzo di vita.
Questo è stato girato in un giorno; non conoscevo le riflessioni che avrebbe fatto fra Renato e la location è stata scelta pochi minuti prima di girarlo ma dopo che lui mi aveva descritto per sommi capi i contenuti delle sue riflessioni,
Nello stesso periodo ho scritto anche altre cose. Ma di queste potrò intrattenervi con i prossimi numeri.