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TECNICHE CINEMATOGRAFICHE “FUOCO”

a cura di Marco Rosati –

La messa a fuoco in fotografia è il termine per indicare la totale nitidezza del soggetto rappresentato. Questa immagine perfettamente in risalto è data dalla distanza fra la lente della cinepresa ed il soggetto inquadrato. Se il punto d’interesse varia posizione in allontanamento o avvicinamento si ha una perdita di fuoco che deve essere corretta. Ma la sfocatura che si crea spesso è funzionale al racconto e diviene così utile all’autore dell’opera per porre l’attenzione su un soggetto rispetto ad un altro. Nello specifico quindi la messa a fuoco (in inglese focus) varia sul movimento del soggetto. Ma se due soggetti ben visibili nell’inquadratura sono distanti fra loro ed è ritenuto necessario che vengano messi bene in vista prima uno e poi a scelta di tempo l’altro, ecco che avviene il cambio di fuoco che vediamo solitamente nelle scene di dialogo fra due persone su differente profondità di campo. Prima vediamo nitida una persona, poi l’altra. Questo gioco fra piani distanti diventa funzionale anche per cambiare soggetto pur rimanendo nella solita inquadratura: senza muovere la cinepresa viene reso nitido prima qualcosa e successivamente altro. Ugualmente per dare attenzione ad un particolare che fino a quel momento era fuori fuoco e quindi non ben evidenziato: lo spettatore non ci pone attenzione fin quando non diventa nitido. Altro utilizzo è rendere irriconoscibile qualcosa attraverso la sfocatura per poi rivelarlo successivamente. Idealmente è molto rappresentativo il film “Arrival” (Denis Villeneuve, 2016) che oltre a usare la grammatica della messa a fuoco pone fisicamente un soggetto dietro ad un vetro la cui opacità fisica serve ulteriormente a nasconderlo, e la piena chiarezza l’abbiamo nei punti del soggetto che toccano il vetro.

Il cambio di fuoco interviene quindi per un passaggio di testimone fra i vari soggetti. Può servire in caso di una soggettiva quando un personaggio ha un problema alla vista, come nel caso del personaggio di Nick Nolte (vedi “Cape Fear” – Martin Scorsese, 1991) che appena svegliato non riesce a mettere a fuoco con lo sguardo e vediamo dalla sua soggettiva uno sfocato Robert De Niro apparirgli dinanzi. L’effetto fuori fuoco spesso è voluto anche a camera fissa lasciando il soggetto avvicinarsi ad essa diventando infine nitido (vedi “Inland Empire” – David Lynch, 2006). Il fuoco diventa così anche elemento per una situazione disturbante quando il regista decide di porre in evidenza un elemento rispetto ad un altro; lo stesso David Lynch utilizza spesso questa tecnica a volte unita ad un convulso movimento della macchina da presa allo scopo di creare disturbo, movimento, come se il colore si spalmasse sullo schermo, oppure per identificare il personaggio in modo da smarrire volontariamente lo spettatore (vedi  “Mulhollad Drive”, 2001).

Brillante esempio di utilizzo atipico della messa a fuoco è certamente “Deconstructing Harry” (Woody Allen, 1997): nella scena in cui una troupe cinematografica sta girando una sequenza li vediamo avere problemi con la messa a fuoco, e constatato che la lente non ha alcun problema, capiscono che è la persona stessa (interpretata da Robin Williams) ad essere fuori fuoco e viene data la causa ad un momento di depressione del personaggio.

Con le nuove tecnologie e la costruzione di lenti più efficaci, il gioco di fuoco è frequentemente usato, anche e soprattutto nel cinema classico che ha sempre esibito chiarezza complessiva d’immagine. Ma fin quando rimane la chiarezza d’intenti tutto è lecito anche nella grande distribuzione, anzi, diventa segno di finezza tecnica e padronanza dei mezzi. Il vincitore dell’Oscar come miglior film “Green book” (Peter Farrelly, 2018) ha una scena nella quale i due protagonisti conversano in auto, uno alla guida e l’altro nei sedili posterior: notiamo un evidente cambio di fuoco fra i due nel passarsi la parola, dando attenzione prima ad uno e poi all’altro. Maestri del cinema e della grande distribuzione usano il cambio di fuoco, come Steven Spielberg in “Schindler’s List” (1993) che lo usa per portare l’attenzione ad un personaggio che entra in scena. In “Matrix” (Andy e Larry Wachowski, 1999) la cinepresa si avvicina al personaggio mettendo a  fuoco le armi che impugna e solo in seguito rende ben evidente il volto. Una sola inquadratura e più opzioni per non interrompere la ripresa. Il fastidio del fuori fuoco porta automaticamente lo spettatore alla ricerca della bella visione, di ciò che è evidente seguendo così le direttive del regista. Affezionati delle tecniche ne fanno gran utilizzo, spesso per passare da un elemento ben evidente ad un altro che sta sullo sfondo, come Brian De Palma (“Dressed To Kill”, 1980) o Quentin Tarantino (“The Hateful Eight”, 2015).

Nel caso in cui due soggetti sono posti distanti è chiaro anche ad occhio umano che uno sia nitido e l’altro no, ma certi stratagemmi permettono di metterli a fuoco nello stesso momento: ad esempio utilizzando due inquadrature differenti ed unendole a formarne una in modo che risulti lo stesso luogo (split screen) oppure con l’utilizzo di un particolare filtro che permette di mettere a fuoco un piano ravvicinato con un piano più distante, ovviamente posizionando correttamente i soggetti da avere in rilievo e nascondendo se possibile la evidente linea di demarcazione.

Accade nel campo specialmente amatoriale che gli operatori lascino il fuoco automatico rifiutando la gestione manuale, provocando ingestibili sbalzi di messa a fuoco specialmente per soggetti in movimento. L’automatico (auto focus) è consigliabile nel caso il soggetto possibilmente fermo sia ben distinto rispetto ad altri sui diversi piani. Manualmente è invece utile là dove ci sono movimenti di macchina o anche solo spostamenti del soggetto lungo la profondità di campo.

Fra i molti film che hanno usato in modo creativo e interessante la tecnica della messa a fuoco ecco:  “8 e ½” (Federico Fellini, 1963), “The Graduate” (Mike Nichols, 1967), “Le Samourai” (Jean-Pierre Melville, 1967), “Zabriskie Point” (Michelangelo Antonioni, 1970), “A New Leaf” (Elaine May, 1971), “A Woman Under The Influence” (John Cassavetes, 1974), “Aliens” (James Cameron, 1986), “The Untouchables” (Brian De Palma, 1987), ”Jurassic Park” (Steven Spielberg, 1993), “Leon” (Luc Besson, 1994),

“Pulp Fiction” (Quentin Tarantino, 1994), “Bringing Out The Dead” (Martin Scorsese, 1999), “Fight Club” (David Fincher, 1999), ”Signs” (M. Night Shyamalan, 2002), “Wedding Crashers” (David Dobkin, 2005), “Brokeback Mountain” (Ang Lee, 2005), “Casino Royale” (Martin Campbell, 2006), “The Young Victoria” (Jean-Marc Vallée, 2009), “Repo Man” (Miguel Sapochnik, 2010), The Master” (Paul Thomas Anderson, 2012), “Whiplash” (Damien Chazelle, 2014), “Ex Machina” (Alex Garland, 2015).