Rubriche

AUTORI FEDIC E LE LORO OPERE

“UNA FINESTRA NON È ABBASTANZA” DI MARGHERITA CARAVELLO

Nella cornice della 77° Mostra del Cinema di Venezia, al Forum Fedic che la Federazione Italiana Cineclub    organizza dal 1993, ho presentato lo scorso 10 Settembre il cortometraggio:
“Una finestra non è abbastanza” tratto dall’omonimo racconto di Antonio Nobili contenuto nella sua ultima pubblicazione “L’amore al tempo del Covid 19” uscito a giugno 2020 in concomitanza con la fine del lockdown.

La regista Margherita Caravello presenta il suo Cortometraggio al Forum FEDIC

Un ringraziamento speciale a lui, che mi ha dato l’opportunità di poter costruire il mio immaginario sul suo.
L’opera è una antologia di storie d’amore ispirate a fatti reali, selezionate e abilmente riscritte con l’intento esplicito di celebrare e incitare in questo tempo incerto un’umanità bella, luminosa, ancora capace di atti poetici. Persone che hanno fatto tesoro di questo tempo nuovo scoprendo in sé quella scintilla di divino che solo l’amore, in ogni sua declinazione, ci offre.
“L’amore muove il sole e le altre stelle” diceva Dante, così ciascuno dei protagonisti fa un giro su se stesso e trova in suo asse in una nuova prospettiva: ogni vicenda è un passo fuori dal sentiero, un’evasione, una riappropriazione del desiderio.
Quale migliore esempio quindi, della figura dell’artista per affrontare la relazione tra identità e sociale, con tutte le contraddizioni, gli attriti, i compromessi che ciascuno di noi quotidianamente deve affrontare.

Ho scelto come quadro iniziale un agglomerato di case che sembrano compresse in uno spazio troppo piccolo per contenere tutte, al punto da apparire strette, sovrapposte. Con i panni stesi, le parabole, questo edificio sembra contenere a stento tutto quello che ci vive dentro. Proprio come l’interiorità di ciascuno di noi. E poi c’è la vernice scrostata della facciata, erosa dalla salsedine e dal tempo che passa,  un altro chiaro rimando alle vicende alterne della vita.
Il cortometraggio si apre con Mario che legge il giornale, dopo aver sbrigato qualche commissione in paese. Se ne sta seduto su una panchina, la piazza intorno a lui è deserta, il piccolo borgo, per la verità, è interamente svuotato dalla quarantena imposta. Solo un netturbino, intento nel suo lavoro, rompe il silenzio. Il fruscio della sua scopa di saggina si fonde con il vento. Quel suono desueto e familiare accende in Mario il ricordo del padre, e innesca la narrazione.
Mario inizia a raccontare avviandosi verso la sua casa natale, e gradatamente accelera il passo, seppur claudicante e affaticato dal caldo di un mattino torrido. Rallenta solo sotto l’ombra di un grande albero per tamponarsi la fronte sudata, si ferma solo una volta ad una fontanella pubblica per bere un sorso d’acqua lungo il tragitto. La casa paterna si trova a ridosso della spiaggia, isolata dal paese, il suo stato di degrado rasenta l’abbandono, eppure rimane casa, il luogo del cuore, in cui tornare ogni volta a respirare la memoria di chi se ne è andato ma ancora si manifesta: a chi sa cogliere, a chi allena lo sguardo, a chi non crede al caso in favore di una incessante ricerca di senso in tutte le cose.

Si gira il cortometraggio “Una finestra non è abbastanza”

Per questa ragione ogni giorno alla stessa ora Mario se ne va, dondolando, sul mare. Cerca un colore, lo vide suo padre, un “blu che sapeva di verde, che a guardarlo sembrava quasi di finirci dentro, come fosse cadere”.
Il senso, per l’artista, è il motore del suo andare. È una continua approssimazione, è una molteplicità di indizi, di simboli da affinare, interpretare, restituire. Se ci pensiamo un attimo ogni atto di comunicazione è una mediazione tra l’intenzione di chi si esprime e la percezione di chi riceve, e qualcosa immancabilmente muta nel passaggio.
Il filosofo Gilles Deleuze, in merito al suo lavoro in collaborazione con Felix Guattari o con Claire Parnet con cui ha scritto, rispettivamente, Per una letteratura Minore e Conversazioni, oltre al celebre Logica del senso, si sofferma sull’idea che il senso sia da intendersi come parte di un non senso più grande, che lo contiene insieme a tutte le sue possibili alternative di interpretazione e dove la conversazione si fa furto e controfurto tra le parti, l’essenza è quel che cola in mezzo tra le parole dell’uno e dell’altro.
C’è un’ incomunicabilità di fondo, che ho cercato di rendere mantenendo la voce fuori campo anche nell’unico momento in cui avviene il confronto con i carabinieri che gli intimano di lasciare immediatamente la spiaggia e tornare a casa. Mario non sente le loro voci, e nemmeno lo spettatore. Sentiamo i pensieri di Mario, le sue ragioni e le sue scuse. Dei due carabinieri non vediamo neanche i lineamenti, né sappiamo se dopo aver ordinato a Mario di rientrare nella sua abitazione si siano voltati anche loro a cercare, forse, quella rima di colore sulla superficie del mare. Ci restano di loro solo le sagome nere in controluce che, non a caso, ne identificano il ruolo.
A mio avviso la missione dell’artista è proprio quella di tradurre la realtà in metafore sempre nuove, siano esse immagini, suoni, costruzioni, sfumature.
Il fine è quello di mettersi in relazione con le più diverse esperienze, mettendo a disposizione la propria sensibilità come chiave di lettura del quotidiano, anche per chi il quotidiano lo destina ad altre attività ma ha il bisogno o il piacere, di tanto in tanto, di cambiare prospettiva, punto di osservazione, sguardo sulle cose.
Questo è il motivo principale che mi spinge a parlare di un pittore, della sua ricerca incessante di un colore.
Potrebbe sembrare una attività non essenziale, anche fuori luogo davanti all’emergenza attuale, tant’è che i due carabinieri lo raggiungono e gli intimano di rientrare.
Però l’urgenza che muove artista, nel non facile compromesso con una rigida normativa che non lo riconosce e non lo contempla, continua ad alimentare la sua volontà e la sua ricerca.
I limiti di Mario d’altronde lo accompagnano da una vita intera: una casa troppo piccola per una famiglia numerosa lo induce a cercare il proprio spazio sul balcone: da lì vedere l’orizzonte sconfinato del mare amplifica, piuttosto che costringere, l’immaginazione.
Io stessa, che sono cresciuta in una località balneare, ancora oggi che vivo a Roma sento di tanto in tanto la necessità di lasciar correre lo sguardo sulla superficie del mare per inseguire un pensiero, per dargli la cornice di una linea netta ma sconfinata, per includere l’abisso e la cresta dell’onda.
Insondabile alla ragione è la vocazione, che non si spiega ma si segue come insegna Melville nel raccontarci del marinaio con la celebre balena Moby Dick o nel meno noto Billy Bud, marinaio anche lui, altrettanto cieco di fronte a quelle che non sono le sue personalissime ragioni, a cui si aggiunge anche la difficoltà di non riuscire a spiegarsi a parole, e che quindi accetta di buon grado un’impiccagione solo formalmente legittima, ergendosi sul finale ad eroe di ogni giusta causa inespressa.
Mario proviene da una famiglia di umili origini, anche lui ha vissuto fin da piccolo una grande povertà di mezzi d’espressione, eppure la mancanza di tutto quello che non è necessario a sopravvivere, illumina l’ingegno: sorprendente che un pittore si scopra tale tracciando ghirigori col dito sulla polvere di un pavimento.
La maestra di scuola che gli regala fogli e matite è il primo prezioso riconoscimento. È la restituzione doverosa al ruolo formativo della scuola, fatto di singolarità riconosciute e supportate, grazie agli occhi di brace di un’insegnante ancora troppo umana per perdersi tra le maglie grigie dell’accidia e del posto fisso.
Il padre netturbino, ogni tanto si ferma, si appoggia con entrambe le mani sulla scopa, e osserva. Quando rientra a casa da Mario gli racconta i colori che incontra fuori, a lui che zoppica e quindi non vuole uscire, gli dilata lo sguardo, traccia alternative, incoraggia la sua diversità come una risorsa preziosa, ricorda il senso della misura. Non si può aver tutto e la perfezione non esiste. Il povero, per antonomasia ai margini della società, forse ne subisce meno il giogo dell’aspettativa, è più libero, anche di guardarsi intorno.

Un altro momento delle riprese del cortometraggio

Tutto questo ho cercato di distillare e restituire, nel filo conduttore di un uomo che grazie proprio al suo amore per il padre continua ben dopo la sua morte a cercare ogni giorno il colore che lui gli raccontò di aver visto prima di morire. Non sappiamo se riuscirà a dipingerlo, quando lo incontrerà forse sarà ormai tardi, ma l’incessante ricerca gli restituisce uno sguardo sempre acceso, largo, gli occhi del bambino che è stato e che non ha dimenticato.
Con questo suo cavalletto artigianale, costruito sul bastone necessario, e portato via dalla spiaggia ancora aperto, come una croce, ho visto il senso di chi pur sapendo che mai nessuna spiegazione sarà abbastanza, porta avanti con costanza la sua missione.
Infine, perché una finestra non basta? Perché l’artista è tale quando la sua opera viene riconosciuta come tale, apprezzata, diffusa, ma soprattutto presa a pretesto per una messa in discussione dell’ovvio. E questo avviene nell’incontro, nell’evento partecipato, soprattutto. L’artista è un grande osservatore del suo tempo: per usare una metafora gastronomica, Alda Merini (che aveva sposato un panettiere, perché, come diceva suo padre, “la poesia non dà pane”) ha affermato in un’intervista recentemente rimandata in onda per la Rai  (Illuminate, Ep.2 ) che il ruolo dell’artista sta nell’impastare, a lungo e con passione, proprio tutti quegli ingredienti giusti da selezionare nel quotidiano, nei rapporti, nei più svariati accadimenti. Non per niente proprio la poetessa dei navigli soleva passeggiare quotidianamente a lungo nella sua Milano, incontrare amici e ammiratori nei caffè, andare a messa, in farmacia, nelle botteghe, fare lunghe chiacchierate con Pasolini, Spagnoletti ma anche con Costanzo nel suo Show, o con i senza tetto sporchi e ubriachi che incontrava per strada.
All’origine di ogni creazione artistica c’è la vita, e per un artista viverla appieno è la condizione prima e necessaria. Ogni biografia d’artista è un’avventura straordinaria. Come Alda Merini supera la prova del manicomio, così il gaudente Oscar Wilde vince la prigione, similmente Mario proprio non può ridimensionare lo sguardo alla finestra o al balcone, che pure tanto lo hanno protetto quando da giovane si vergognava della sua andatura dondolante. Si badi bene che per quanto l’artista non si senta coinvolto dalle regole della società, ne è soggetto e le subisce suo malgrado, ma questo non impedisce  a ciascuno di loro, ogni giorno, di rinnovare la loro scommessa col mondo.
Ringrazio e saluto Amedeo Di Sora che ha interpretato il ruolo di Mario, il comune di Nettuno che ha patrocinato questo lavoro, i Cineamatori delle Apuane Fedic che hanno contribuito alla realizzazione tecnica e che con la loro professionalità mi hanno dato l’opportunità di comprendere a fondo il senso della parola amatore, che non è una questione di dilettantismo ma di passione.
Ringrazio Virginia Menendez, lo studio di registrazione Marinelli di Roma, i The Spell Of Ducks che mi hanno messo a disposizione la loro canzone Sailor Man.
Ringrazio ancora una volta Antonio Nobili autore del libro, attore regista pedagogo e poeta, che a dirlo oggi sembra un anacronismo, ma grazie a lui coltivo ogni giorno il mio sguardo suo mondo.

Margherita Caravello