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A margine della divertente e a tratti irriverente masterclass che ha tenuto durante la terza edizione del Torino Short Film Market (trovate qui il nostro resoconto), abbiamo incontrato il regista Sydney Sibilia. Autore della trilogia di successo Smetti Quando Voglio, il suo esordio lo ha avuto con la realizzazione di diversi cortometraggi, tra i quali ricordiamo il pluripremiato Oggi gira così.

Dal nostro incontro ne è uscita una bella chiacchierata, che ci ha aiutato anche ad approfondire il suo modo di affrontare il mestiere del regista.

Durante la tua masterclass hai già parlato di cosa abbia rappresentato per te il passaggio dal cortometraggio al lungo. Diverse volte dei tuoi cortometraggi sono stati in selezione a Sedicicorto. Quello che ora ti chiedo è, quando eri agli esordi e facevi i corti, quanta più ingenuità e coraggio avevi rispetto a ora?

Intanto il coraggio è sempre incoscienza. Il mio atteggiamento in realtà non credo che sia cambiato di tanto, perché continuo sempre a pensare a divertirmi. Che, poi, è un divertirti in senso lato, perché sono gli spettatori che devono divertirsi, non tu che lo fai. Sono i backstage che ti incasinano, perché vedi sempre gli attori che ridono, in realtà non è così. In generare, tornando alla domanda, è sempre tutto uguale. Io non ho mai pensato ai corti come un biglietto da visita, sai quando dicono che i corti sono una ‘palestra’. Io pensavo sempre al fatto che qualcuno li avrebbe visti e si sarebbe dovuto divertire. Non li facevo pensando che mi servissero per arrivare a un lungo. Facevo cortometraggi perché mi piaceva farli. Poi, chiaramente, ci speri di arrivare a fare un film. Ma quello era sempre il secondo obiettivo, il primo era intrattenere.

Sydney Sibilia (Ph. di Jessica Milardo)
Dalla tua esperienza nei corti un’altra eredità che hai portato nel passaggio ai lungometraggi è la scrittura con Valerio Attanasio, con cui hai realizzato la sceneggiatura di Smetto quando voglio. Da quel film nasce la trilogia, tra quelle più di successo nel panorama cinematografico italiano recente. Già nel passaggio dal primo a Ad Honorem si vede la tua crescita stilistica. Tu riesci a vedere delle tappe che hai fatto?

Vedo sempre la tappa dal punto di vista dello spettatore. Io riesco a vedere i miei gusti che cambiano. Cerco sempre di essere sincero e di mettere nei miei film quello che mi piace e vedo l’evoluzione del mio gusto. Il primo film è uscito nel 2014, ma lo avevo scritto tre anni prima e quindi avevo un gusto che rappresentava la mia età in quel periodo. Gli altri due li ho scritti insieme, iniziando nel 2015, ci abbiamo messo un anno e mezzo e già mentre scrivevo mi cambiavano i gusti, che sono sempre dettati da quello che vedo, da quello che leggo. Io vedo, leggo e gioco un sacco, vado spesso in giro, anche per cercare di captare. Perché se non vivi non puoi raccontare. In base alle cose che faccio e alle esperienze che vivo, in qualche modo poi costruisco le storie per i miei film.

Con Matteo Rovere, altro giovane regista di successo, avete creato la casa di produzione Groelandia. Perché, oltre alla scrittura e alla regia, la decisione di occuparsi anche dell’aspetto produttivo?

Parte tutto da un’esigenza istintiva e interiore di creare un modo di fare le cose. Io e Matteo abbiamo lo stesso modo di fare le cose e, quindi, ci siamo detti ‘facciamo una società dove questo modo di fare le cose venga compreso’. Groelandia è prima di tutto un metodo che cerchiamo di adottare e un sistema industriale che proviamo a perseguire.

La solita domanda, ma devo fartela. Progetti futuri?

Ho scritto un film. Che ora cerchiamo di capire se riusciamo a fare. Potrei fare un film a breve. Insomma, quelle cose che facciamo noi registi.

di Joana Fresu de Azevedo

FONTE: Kontainer16